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Pitti Through The Ages: L’intramontabile fascino dell'eleganza maschile a Pitti Uomo
Editoriale
Edizione 99
22.01.2021
Pitti Through the Ages è una serie di approfondimenti incentrati sulla storia di Pitti e la sua eredità nell'abbigliamento maschile.

Words @samutaro

C’è una ragione per cui Pitti Uomo è stato soprannominato la mecca della moda per uomo: perchè ogni sei mesi è il luogo in cui gli uomini più eleganti del mondo si ritrovano per una quattro giorni di trionfo della sartoria. Organizzato all’interno della Cinquecentesca Fortezza da Basso, Pitti Uomo – o semplicemente Pitti per i frequentatori abituali - è la più importante fiera del menswear dove migliaia di buyer, blogger, stylist, giornalisti, influencer e uomini di bell’aspetto si riuniscono per scoprire le ultime novità di stile. È anche la casa dei più accaniti devoti al sartoriale del pianeta. Tra questi ci sono i famosi Pitti Peacocks, ovviamente, ma anche tutti quegli uomini alla ricerca di nuovi modi di indossare blazer dalle spalle morbide, abiti colorati e scarpe che non siano solo sneakers: può essere considerato le Olimpiadi dello street style. Non c'è da meravigliarsi dunque se l'elité della moda uomo - assieme ai migliori fotografi di street style e a chi aspira a mettersi in mostra - affolla la Fortezza a ogni stagione per prender parte all’evento.

Chiunque conosca Pitti Uomo sa che la fiera ha le sue radici nella sartoria. Se lavoravi nel business della sartoria di alta qualità, passavi per Firenze due volte all'anno, incontravi i produttori di filati, selezionavi i tessuti e scambiavi quattro chiacchiere con altri uomini ben vestiti. Ma quando è scoppiato il boom del menswear è esploso anche Pitti Uomo. Nel corso degli anni, Pitti si è evoluto da settimana dedicata a un gruppo ristretto di insider fino a diventare un hub per i marchi internazionali e per i designer del lusso, che presentano sfilate delle loro collezioni nelle pittoresche location di Firenze (per esempio l'anno scorso Luke e Lucie Meier di Jil Sander hanno presentato l’uomo autunno-inverno 2020/21). Oggi Pitti Uomo è diventato una tappa irrinunciabile del circuito Londra-Milano-Parigi-New York.
Se l’obiettivo principale della fiera è sempre stato quello di presentare gli abiti negli stand, ad attirare i visitatori sono anche i look che si possono ammirare negli slarghi lastricati della Fortezza. Qui lo street style è molto diverso da quello tipico di Londra, Milano e Parigi, perché Pitti è la patria dei veri appassionati del menswear. La formula originaria della fiera (giacca e cravatta) e la sua collocazione a Firenze, in una regione nota per la sua autenticità artigianale, che guarda alla lentezza e che ritroviamo in tutto - dalla pelletteria, al vino e alla sartoria stessa - ha spontaneamente attratto un pubblico maschile più preparato.
Qui trovi alcuni degli uomini più eleganti del mondo. Ciò che queste immagini significano per i ragazzi di tutto il mondo è sbalorditivo. Ci sono persone che imitano lo street style di Pitti perfino a Città del Capo”
 

— Scott Schuman, alias The Sartorialist, che da quasi un decennio li fotografa su sfondi di affreschi fiorentini un po’ scrostati e piazze in cui domina il marmo ha spiegato a Vogue

Tra i soggetti più fotografati da Schuman, che si distinguono per il loro stile impeccabile, ci sono tanti frequentatori abituali di Pitti come il designer milanese Alessandro Squarzi, il modello e appassionato di moda uomo Richard Biedul e altri nomi importanti come T-Michael di Norwegian Rain e la fondatrice della rivista Suited Ashley Owens. È questa inclusività e diversità che rende Pitti tanto affascinante. Qui trovi la vecchia scuola di irriducibili tradizionalisti super-maschili, come la leggenda del menswear Nick Wooster, ma puoi gettare anche uno sguardo più ampio sulla scena sartoriale, di portata globale, come quella espressa dai fratelli nigeriani Gabriel e Sade Akinosho, rivoluzionari dello stile, o da artisti sudafricani come il ventiseienne Trevor Stuurman.

Gli italiani sono certamente le star dello spettacolo, ma anche i buyer e altri protagonisti giapponesi del settore si presentano con grande verve. Hirofumi Kurino, co-fondatore del gigante giapponese del retail, United Arrows, è noto per aver creato il tipico stile Ivy League meglio di chiunque venga da un campus universitario americano, oltre ad avere uno speciale talento nel saper indossare di tutto - dalle dad sneaker alle cravatte e ai blazer stampati - e riuscire a essere sempre l’uomo più ganzo della fiera. Altri nomi come Takahiro Kinoshita, ex editor-in-chief della rivista Popeye, è famoso per i suoi occhiali dalla montatura spessa e per uno stile preppy e nerd disinvolto. 
E ovviamente non possiamo fare a meno di ricordare nuovamente i Pitti Peacocks. Perché è solo qui, tra le mura della Fortezza da Basso, che esiste questo curioso fenomeno. Una rarità, che arriva in perfetta formazione, vestita a festa con abiti sfarzosi, cappotti favolosi e accessori attentamente studiati, nella speranza di catturare l'obiettivo dei fotografi di street style. 

Leggenda vuole che i Pitti Peacocks siano soprattutto un’invenzione della rivista giapponese Leon, che trasse ispirazione dal choiwaru oyaji – con il quale si intendono più o meno i tipi sgualciti dentro, magari poco raccomandabili ma sempre fighi – di Milano e Firenze. Gli articoli non si soffermavano soltanto sulle ultime tendenze dall’Italia, ma approfondivano i dettagli degli uomini che incarnavano la cosiddetta sprezzatura, quel tipo di atteggiamento molto italiano che designa il vestire e il mostrarsi più cool. Due volte l’anno il magazine fotografava questi tipi a Pitti Uomo come parte dello speciale titolato Snap!, interamente dedicato agli scatti di strada. Come nella maggior parte delle riviste giapponesi, pagine e foto costituivano un meticoloso reticolo di abiti e dettagli, pratico vademecum per chi era in cerca di ispirazione sartoriale. Mentre è adesso normale che gli spazi delle locations siano riempiti da schiere di fotografi che scattano i look della fiera, tornando agli anni Dieci e anche prima, Leon fu la prima rivista a porre “l’uomo sulla strada” al centro dell’attenzione. E dovettero trascorrere alcuni anni prima che social media e fotografi influenti come Scott Schuman comparissero sulla scena per catapultare lo street style maschile nello Zeitgeist dei media occidentali. 

Il fatto interessante è che i Peacocks avevano uno stile trasversale, non solo sartoria. Al contrario: i migliori di loro già mischiavano vintage, abbigliamento da lavoro, etnico e abiti sartoriali in abbondanza. E’ solo adesso che il fenomeno si è trasformato in uno spettacolo teatrale animato da modelli agghindati in capi vistosi e insopportabili accessori, molti dei quali vengono piazzati dai brand e agenzie di pr.
Nel descrivere i Pitti Peacocks, la rivista di menswear The Jackal spiega che "il termine si riferisce ai narcisisti che si presentano alla fiera con nient’altro da fare se non andarsene in giro vestiti in maniera penosa, nel tentativo di farsi fotografare per la loro misera vanità”. Sebbene i Peacock siano sempre stati un'attrazione per i visitatori della fiera, sono certamente secondari rispetto al vero scopo dell’evento. Per lo più, il peacock rappresenta una cultura che va contro tutto quello che c’è di solido e intelligente nella moda maschile. Per gli italiani in particolare, lo stile è sinonimo di sobrietà, comfort e autenticità. Non si tratta di mettersi in mostra, piuttosto di aggiungere raffinatezza. È quello che chiamano appunto la sprezzatura. "Mentre i peacocks si affidano a fogge estreme, colori vivaci e grandi cappelli per distinguersi dalla massa, l'approccio della sprezzatura è sobrio, basato su accostamenti precisi e su espressioni di stile sottilmente artistiche", spiega Globe Style.

Anche se il Pitti Peacock è ancora un punto fermo, negli ultimi due anni il fenomeno è andato diminuendo in parallelo con l'evoluzione dello stile nel menswear. "Dove sono finiti tutti i Pitti Peacocks?", si chiedeva Monocle nel 2018. "Questi italiani, che notoriamente si presentano vestiti a festa (in abito tre pezzi, cappelli a cilindro e tutto il resto), che passano le giornate a mettersi in posa, si sono visti molto di meno rispetto alle stagioni precedenti". Molti pensano che questo sia dovuto alla crescente popolarità di un abbigliamento più casual in tutto il menswear, in particolare sotto l'influenza dello streetwear. "Negli ultimi 18 mesi, c'è stato un microcosmo di uomini che hanno fatto progredire le cose in modo diverso", ha scritto The Jackal in una recensione del 2018 di Pitti Uomo. "Stanno svestendo la sartoria – che significa sbarazzarsi di cravatte e rigidi colletti, abbracciando forme più varie, camicie a maniche corte, tessuti drappeggiati, pantaloni larghi e scarpe da ginnastica di lusso”. 
Questa trasformazione non è passata inosservata. Pitti Uomo ne ha preso nota e si è impegnato a soddisfare la nuova generazione di appassionati di moda contemporanea, ampliando l’offerta del salone. Aree come ‘Touch’ e ‘Unconventional’ sono la prova di un'apertura alla diversità, mentre la partecipazione di fashion designer di alto profilo come Craig Green, Y-Project e Off-White di Virgil Abloh dimostra la volontà di proporre qualcosa di nuovo e di sperimentale, che rappresenti l'archetipo dell’uomo moderno. 

Per la maggior parte di noi, l'idea di indossare un abito - dopo mesi di lavoro da casa, in smart working, durante i quali l'abbigliamento casual e il comfort sono diventati la norma – al pari di questa retrospettiva sul passato sartoriale di Pitti, potrebbero sembrare collocate nel momento sbagliato. Ma da qualche tempo gli stili più eleganti sono in continua crescita - e non con i tipici look soffocanti che ci si aspetta dall'abbigliamento formale. Marchi visti a Pitti come Nanushka stanno proponendo costruzioni sartoriali più rilassate e morbide, mentre brand giapponesi come J.Press sono in prima linea in un filone che sostiene un approccio più giovane all'estetica tradizionale americana. Quello che la cronologia dello street style di Pitti Uomo ci ha mostrato è che abiti, soprabiti, bottoni, mocassini e affini non spariranno mai. Continueranno invece a essere remixati, riproposti e ricontestualizzati, per adattarsi a qualsiasi tendenza successiva. E i più all'avanguardia continueranno a divertirsi a inserirli nei loro guardaroba, sempre in modo innovativo.